Wednesday 15 february 2012 3 15 /02 /Feb /2012 07:37

  Avrei tante cose da dire su ieri sera a Sanremo , per il momento beccatevi questo articolo .

 

 

SANREMO 2012/ 1. Celentano e quella diffusa incapacità di invecchiare bene

 

mercoledì 15 febbraio 2012

 

SANREMO 2012/ 1. Celentano e quella diffusa incapacità di invecchiare bene Adriano Celentano (Foto: Infophoto)
 

SANREMO 2012: LA PERFORMANCE DI CELENTANO -

 

 Uno dei problemi che da sempre affliggono certe categorie, segnatamente politici e uomini di spettacolo (ultimamente è diventato peraltro distinguerli tra loro) è la diffusa incapacità di invecchiare bene, senza diventare una macchietta di se stessi. È la triste riflessione che mi ha assalito ieri sera vedendo Celentano al Festival di San Remo. Celentano e io siamo coetanei, abitavamo nella stessa via, anche se non ci siamo mai conosciuti personalmente. Quando risento “I ragazzi della via Gluck”, chiudo gli occhi e rivedo con emozione la zona di Milano, allora ai margini della città, in cui ho passato infanzia e giovinezza. Per questa, e per tante altre canzoni, non posso che essere grato a Celentano. L’altra sera, invece, ciò che mi ha assalito è stata una grande pena. Vedere una persona che si è apprezzata ridotta alla larva di se stessa per la violenza di una malattia, o dell’età, induce un commovente senso di pietà, di compassione, che nulla toglie alla stima avuta per quella persona. Ma vedere Celentano ridotto alla macchietta di se stesso, non per la violenza dell’età, ma per un suo cedimento alla vanità e alla vanagloria, questo è stato uno spettacolo penoso. D’ora in poi, se riascolterò le sue canzoni dovrò fare uno sforzo per cancellarlo dalla memoria. 
Ma poi è subentrata la rabbia, perché mi sono ricordato che quel triste spettacolo era pagato anche con i miei soldi, quelli del canone RAI e quelli della pubblicità pagata anche da me attraverso i prodotti che io e la mia famiglia consumiamo; credo che lo stesso pensiero sia venuto a molti altri italiani. Né vale l’ipocrisia del “ma io do tutto in beneficienza”. E no, caro Celentano, in beneficienza dai i tuoi di soldi, non i miei, a quelli ci penso io. Se avessi voluto essere coerente fino in fondo, saresti andato a San Remo senza farti pagare e, se proprio volevi, potevi anche metterci al corrente delle tue opere di beneficienza, quelle pagate da te, non da noi. Se per caso, caro Celentano, non avessi avuto idee chiare sulle opere da sovvenzionare, avresti potuto chiedere a quella Chiesa che pare ti stia tanto sul piloro. Ti avrebbero sommerso di indicazioni di posti in cui potresti andare anche tu, così desideroso di fare del bene. Attento, però, sono posti in cui bisogna mettere le mani nel fango, non concionare sotto i riflettori.


L’arrabbiatura peggiore è però nei confronti della RAI, che non perde occasione per dimostrare quanto il concetto di “servizio pubblico”, per cui siamo tassati ogni anno, sia una farsa, meglio, una esplicita presa per i fondelli. Professor Monti, non so se lei abbia avuto ragione a rinunciare alle Olimpiadi a Roma e spero che non abbia commesso un errore marchiano, ma le vorrei dare un suggerimento, si parva licet. Rinunci alla RAI, la sciolga, la venda o, se non è possibile, la faccia pagare solo ai politici, agli attori, a soubrette e veline, opinionisti e via andando con tutto il circo che di Rai vive. Loro saranno liberi di dire e cantare tutto quello che vogliono e noi, liberati dal canone, se staremo ancora ad ascoltarli almeno lo faremo gratis et amore Dei.  
Di IL PUNZECCHIATORE - Pubblicato in : Cinema -Spettacolo - Community : Il punzecchiatore
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Saturday 31 december 2011 6 31 /12 /Dic /2011 13:08

 

"Convinciti , non ci saranno abbastanza consigli utili a questo mondo se non sei tu che hai il cambiamento in testa .

La ribellione nasce da te, convinciti e ostinati "

Vanna Le

 2012..

 

Speranza.jpg

 

Un anno di SPERANZA

 

 

Ciao a tutti . Queste mie righe vogliono essere un augurio a tutti voi per questo nuovo anno che stiamo per cominciare . Un augurio di un nuovo anno che possa essere di "Buone Cose " per ognuno di noi . Io mi ripeto sempre , che non c'è bisogno di grandi cose , di cose eccezzionali , ma basta vivere bene la quotidianità. Mi basterebbe questo . Invece tutto quello che ci viene ultimamente INCULCATO  dalla maggior parte dei mass media e tutt'altro che rassicurante. Non mi interessa tanto della Borsa se va giù o su , dello  Spread, dei Btp, dei Bund, Mi interessa se c'è lavoro sufficiente per ognuno di noi che ha famiglia e deve mandarla avanti , mi interessa se ci sono ancora un pochino di risorse per il sociale senza che si debba tagliare dove la gente ha più bisogno come nella chiusura per mancanza di fondi del nostro centro Diurno di Villa Sesso . Mi interessa del futuro che hanno davanti i nostri figli che dovrebbe essere fatto di Speranza , di Giustizia e Pace  come scrive il Papa nel messaggio per la 45 Giornata Mondiale per la Pace  .  Mi interessa la Pace nel Mondo . Mi interessa la libertà religiosa sul nostro pianeta dove purtroppo ultimamente è sempre più messa a dura prova da fatti di sangue che ne limitano la pratica . Come vedete ci sono si dei temi che mi interessano di grande respiro , ma sono i temi della nostra quotidianità.

Allora il mio augurio vuol essere di grande speranza per questo 2012 che stiamo iniziando . Speranza di vivere bene e semplicemente questi giorni che il Signore ci dona di vivere , si perchè ricordiamoci  che la vita che stiamo vivendo nel bene e nel male , la vita è un DONO  grande che il Signore ci regala .

 

Buon anno a tutti 

 

ciao dal vostro  Punzecchiatore Artemio

 

 

 

Di IL PUNZECCHIATORE - Pubblicato in : Fede e Società - Community : Il punzecchiatore
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Saturday 31 december 2011 6 31 /12 /Dic /2011 12:46

educare-giovani-alla-pace.jpg 

Messaggio di Benedetto XVI per la 45ª Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2012)

 

         

  1. L’inizio di un nuovo Anno, dono di Dio all’umanità, mi invita a rivolgere a tutti, con grande fiducia e affetto, uno speciale augurio per questo tempo che ci sta dinanzi, perché sia concretamente segnato dalla giustizia e dalla pace.
             Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore «più che le sentinelle l’aurora» (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni. Vi invito a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno.
             In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società.
Vorrei dunque presentare il Messaggio per la XLV Giornata Mondiale della Pace in una prospettiva educativa: «Educare i giovani alla giustizia e alla pace», nella convinzione che essi, con il loro entusiasmo e la loro spinta ideale, possono offrire una nuova speranza al mondo.
             Il mio Messaggio si rivolge anche ai genitori, alle famiglie, a tutte le componenti educative, formative, come pure ai responsabili nei vari ambiti della vita religiosa, sociale, politica, economica, culturale e della comunicazione. Essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare, non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace.
             Si tratta di comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene. È un compito, questo, in cui tutti siamo impegnati in prima persona.
             Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro. Nel momento presente sono molti gli aspetti che essi vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale.

             È importante che questi fermenti e la spinta ideale che contengono trovino la dovuta attenzione in tutte le componenti della società. La Chiesa guarda ai giovani con speranza, ha fiducia in loro e li incoraggia a ricercare la verità, a difendere il bene comune, ad avere prospettive aperte sul mondo e occhi capaci di vedere «cose nuove» (Is 42,9; 48,6)!

Di IL PUNZECCHIATORE - Pubblicato in : Giovani - Community : Il punzecchiatore
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Thursday 29 december 2011 4 29 /12 /Dic /2011 07:59

 

Le facce care, il ronzio della lavatrice, il frigo pieno, questa cucina affollata di oggetti. E una via di Milano come tante. Marina Corradi ringrazia per «ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero»
di Marina Corradi
Tratto da Tempi del 23 dicembre 2011 5210copa.jpg

 

 

Come ormai tradizione, Tempi chiude l'anno con un numero monografico di Te Deum. Qui pubblichiamo quello della giornalista Marina Corradi, che appare sul numero 52 della nostra rivista, in edicola dal 29 dicembre.

Stamattina era domenica, e i ragazzi hanno dormito fino a quasi le dieci. Sono andata a svegliare la piccola. Era abbracciata a un gatto, sotto le coperte. Aveva ancora l’odore di quando era bambina: di Nutella, di biscotti. Ho annusato e profondamente inspirato. Le ho sfiorato una guancia, era morbida e calda. Una gratitudine si è allargata nei miei pensieri opachi del mattino: che meraviglia averla qui, da quattordici anni, così viva; ridente o pensierosa, o furibonda in una rissa coi fratelli; bella, e vanitosa davanti allo specchio, mentre verifica compiaciuta l’effetto del primo rimmel sulle sue lunghe ciglia nere.

Noi non ci accorgiamo, di solito, di ciò che abbiamo, di tutto ciò che ci si ripresenta fedele, che ci si schiera davanti agli occhi ogni mattina. Ma da un po’ di tempo mi succede di riconoscere la realtà quotidiana come qualcosa che mi genera una frazione di istante di gratitudine: “vedo”, attorno a me, questa casa, e una famiglia, e degli amici, e un lavoro. Generalmente accade dopo un lutto, o dopo una malattia, di accorgersi con stupefatto rammarico di tutto ciò che si aveva “prima”, e di cui non ci si era accorti. Invece senza che sia accaduto niente di questo, mi succede – non sempre, qualche volta – di riconoscere la realtà data, al mattino, e di esserne stranamente lieta. È, forse, perché invecchio?

Io mi ricordo, in certi vecchi che ho frequentato da bambina, questa attitudine a sapere essere contenti di una mattina di sole, o di un piatto fumante, a tavola, e del suo profumo. Come se ogni mattina gli occhi si aprissero per la prima volta; e ci si meravigliasse delle facce care, delle cose di casa che funzionano, docili, del fido ronzio della lavabiancheria e perfino di un banale frigorifero pieno – che sembra una ovvietà, e invece è anche lui un trascurato dono.

E dunque in quest’anno che corre verso la sua fine il mio Te Deum è per ciò che ho sempre visto, senza vederlo davvero; e per un nuovo sguardo, attento a ciò che fino ad ora mi sembrava dovuto (e casomai, se improvvisamente mancava, ragione di indignazione e protesta, come quando ci viene rubato ciò che ci spetta).

Grazie, dunque, per questa stanza in cui dormo, con gli scuri ancora chiusi nel primo mattino, e per il letto caldo; grazie per quella lama di luce chiara e di freddo tagliente che entrerà aprendo la finestra, insieme al fugace rosa del ciclamino sul balcone, così rosa e vivo, anche dopo la notte d’inverno.

Grazie per i passi dei figli che si vanno pigramente alzando in questa mattina festiva; e perché uno di loro canta svagato una canzone degli alpini, con una bella voce da baritono che piace a suo nonno, alpino sul Don, se dal cielo la sente. (Ma tu la senti, ne sono certa. E quante volte mi pare di sentirmi addosso i tuoi occhi, con quella espressione leggermente apprensiva che avevi quando mi salutavi, e io avevo vent’anni, e tu sembravi chiederti che cosa mi portavo nei pensieri. Ma non me lo domandavi, come non lo chiedo ora ai miei figli, in quel segreto tabù che sbarra il confine fra figli e genitori).

Grazie del figlio grande, del test all’università superato, e di come studia, nel fare ciò che gli piace davvero. Grazie di mio marito, a dire il vero un efferato metodico molestatore dei miei già fragili nervi; però chi altro si poteva accompagnare a una come me? Grazie perché c’è, perché resta, fedele.

Grazie di questa casa grande, ombrosa, caotica come in fondo a me piace – non sopportando la nudità cruda dell’ordine perfetto, o di certe cucine che vedo fotografate sui giornali, lindi acciai freddi come sale operatorie. Quanto amo invece questa nostra cucina larga, affollata di oggetti che non sappiamo più dove infilare, col grande crocefisso di legno che ci allarga sopra le sue braccia, generoso e direi, a volte, benignamente rassegnato. Grazie dei vicini e dei negozianti che saluto ogni mattina, nell’enclave cara e consueta che è una via di Milano come tante; e grazie di quel signore strano, vecchio, dimesso, che gira sempre con due grandi sporte pesanti per mano, e una volta gettando l’occhio ho scoperto che sono colme di vecchi giornali che lui, senza un motivo, trasporta avanti e indietro. Lo sconosciuto con le sporte colme di parole ingiallite sorride, quando lo saluto; e la sua disarmata follia mi intenerisce, e mi riecheggia qualcosa, quel suo girare sotto al peso di tante parole consumate. (Forse, questo mio lavoro?)

Grazie di avere un lavoro. Grazie del “bip” che fa il cartellino di riconoscimento, all’ingresso, ogni mattina, e dell’odore di carta stampata che il mio naso puntualmente registra entrando in redazione (mentre fra me cupamente borbotto: tutta la vita a scrivere parole). Grazie delle facce dei colleghi con cui ci intendiamo con pochi cenni, come operai che non abbiano bisogno di parlare, tanto usi sono ad avvitare, stringere, far marciare la macchina complessa che è un giornale. Grazie degli amici – soprattutto di quelli a cui puoi raccontare qualsiasi cosa.

Grazie anche del mio cane, mezzo sciacallo e mezzo volpe, bastardo da incalcolabili generazioni, a cui mi sono infantilmente, patologicamente legata; come avessi trovato in lui, cucciolo randagio in una piazza del Sud, una parte bambina di me, che non sapevo più di avere. Grazie dei nostri gatti, belli, fieri come enigmatiche sfingi e pasticcioni come bambini. (Malacoda, che perfidamente con la zampa in questo istante dondola l’arcangelo sospeso con un filo sul presepe; mentre sulla farina davanti alla grotta al mattino trovo sempre impronte feline, come di notturni silenziosi pellegrini). E grazie della attesa muta che aleggia su questo presepe casalingo, imperfetto, goffo, e ogni anno uguale. Senza questa attesa e dunque questa speranza, tutto – i figli, la famiglia, il lavoro – si rivelerebbe alla fine nient’altro che un po’ di cenere.

Ho ricevuto oggi da un amico un biglietto d’auguri: «L’incarnazione di Cristo – c’era scritto – è l’unica nostra speranza». So bene che molti alzerebbero le spalle: che integralismo, che esagerazione. Direbbero che il mondo è pieno di speranze, di solidarietà e di buona volontà. Già. Ma cosa te ne fai di tutto questo, se la morte può toglierci un figlio per sempre, se quelli che abbiamo amato ora sono nel nulla, e ce ne resta solo un ricordo che sbiadisce? A cosa serve tutto il nostro fare di fronte alla massa di sofferenza e miseria che si allarga sulla terra – che non reggeremmo, se la conoscessimo intera – se nessuno davvero è venuto a caricarsi e ad abbracciare e a riscattare tutto questo dolore?

Sì, forse è perché invecchio. È per questo che vado sfrondando le speranze, e me ne resta, davvero, solo una. Invecchiare, fra noi gente d’Occidente, è perdita, decadenza, nebbia che offusca i pensieri. E se fosse invece questo solo il destino del corpo, e l’uomo interiore con gli anni vedesse meglio, più lontano, oltre l’apparenza opaca delle cose? Se il tempo che passa fosse Dio che viene? Grazie, in questo anno che finisce, di un’altra in me che appena intravvedo, più attenta, e grata piuttosto che indignata; grazie anche del tempo che scorre, di quello scandire inflessibile delle ore, che da giovane mi sembrava una condanna. Ma, forse, non capivo. Forse, ora vedo meglio. Grazie, perché nello scoccare di questo nuovo anno non ho più, del tempo, come da ragazza, tanta inerme paura.

Di IL PUNZECCHIATORE - Pubblicato in : Fede e Società - Community : Il punzecchiatore
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti
Tuesday 27 december 2011 2 27 /12 /Dic /2011 23:34

 

 

Lettera di un padre al figlio

 

 

 

 

 

Se un giorno mi vedrai vecchio: se mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi... abbi pazienza, ricorda il tempo che ho trascorso ad insegnartelo.

Se quando parlo con te ripeto sempre le stesse cose, non mi interrompere... ascoltami, quando eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa storia finché non ti addormentavi.

Quando non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare... ricordati quando dovevo correrti dietro inventando delle scuse perché non volevi fare il bagno.

Quando vedi la mia ignoranza per le nuove tecnologie, dammi il tempo necessario e non guardarmi con quel sorrisetto ironico ho avuto tutta la pazienza per insegnarti l'abc; quando ad un certo punto non riesco a ricordare o perdo il filo del discorso... dammi il tempo necessario per ricordare e se non ci riesco non ti innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te ed averti li che mi ascolti.

Quando le mie gambe stanche non mi consentono di tenere il tuo passo non trattarmi come fossi un peso, vieni verso di me con le tue mani forti nello stesso modo con cui io l'ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi.

Quando dico che vorrei essere morto... non arrabbiarti, un giorno comprenderai che cosa mi spinge a dirlo. Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive.

Un giorno scoprirai che nonostante i miei errori ho sempre voluto il meglio per te che ho tentato di spianarti la strada. Dammi un po' del tuo tempo, dammi un po' della tua pazienza, dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui io l'ho fatto per te.

Aiutami a camminare, aiutami a finire i miei giorni con amore e pazienza in cambio io ti darò un sorriso e l'immenso amore che ho sempre avuto per te.

Ti amo figlio mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di IL PUNZECCHIATORE - Pubblicato in : Vita - Community : Il punzecchiatore
Scrivi un commento - Vedi 0 commenti

Presentazione

  • : IL PUNZECCHIATORE
  • IL PUNZECCHIATORE
  • : di tutto di più Blog
  • : ....oggi come oggi si tende a non esprimere pubblicamente le proprie idee per non urtare la sensibilità dell'altro,questo alla lunga può far perdere la propria identità ad un intera generazione. A.O
  • Segnala questo blog
  • Torna alla home
  • Contatti

Crea un Blog

Calendario

February 2012
M T W T F S S
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29        
<< < > >>
Crea un blog gratis su over-blog.com - Contatti - C.G.U. - Segnala abusi - Articoli più commentati